Fra pietre e sassi per eccesso di pietà
protendono esili corpi al sole aprono
diafane corolle brillano di tenui lillà
minute affamate d’aria salmastra dita
di sterpi arse agita leggera brezza
una macchia sul ciglio di ghiaia
[afflato di speranza.
Il paesaggio, la natura, i sentimenti
Fra pietre e sassi per eccesso di pietà
protendono esili corpi al sole aprono
diafane corolle brillano di tenui lillà
minute affamate d’aria salmastra dita
di sterpi arse agita leggera brezza
una macchia sul ciglio di ghiaia
[afflato di speranza.

Di notte d'estate
immobile l'aria
una luce ripensa
sulla strada silente
un’umida bava
un’ ultima porta
uno strider leggero
trasale il silenzio
la finestra s’accende,
traballa, si spegne,
ulula invano nel caldo
un solitario treno
lontano perduto
nella notte lanciato,
assale lo sfiato
digesto di meccanico
compattatore,
un latrato disperso,
si tace ogni attore
nulla è più desto
in questo deserto
di tregua, di pace
resto perplesso.

(POESIA IN PROSA)
D’estate la Sera è la Cenerentola del giorno, mentre il Sole, da vero padrone, si leva presto per, incontrastato, governare sulla terra occupando due terzi del quotidiano spazio di tempo. Il campo, lento, inizia a lasciare cedendo al sospirato tramonto, stemperando i colori dei roventi suoi raggi, ormai defedati, nel mare, al di là delle arroganti alture, colline, montagne, che, depredate dall’imponenza dell’ingombrante ospite, finalmente accorrono spavalde, sfumando i bollori del giorno, con il loro manto di ombra inquietante, stendendo la vasta incombente oscurità su valli e acque. E’ l’ora in cui, dimentico degli affanni, l’ammaliante astro sfiora, giocando con i raggi, le nuvole, fino a farle arrossire. Le sue porpore attenua e il cielo di pervinca si tinge. La natura si arresta. Uomini, animali, piante, vento, aria guardano fissi, in un immobile istante. Una frazione di niente fatto di indefinito tempo. E’ allora che inizia a indossare la veste la Sera. Dal più piccolo al più grande, qualsiasi terrestre, minerale o vivente, nella Sera trasale. Minuscola Sera. Vita breve, prima che sia soverchiata dalla dolce veste stellare della maggiore sorella Notte. Giovine Sera: dolce, serena, luminosa, quasi, contesa tra gli ultimi guizzi, che attorcono il bordo del mondo in un tappeto di violetti e di bruni, e la splendida falce o il cennato spicchio o l'ampio tondeggiante lume siderale. [La Signora della notte riluce; la Luna non ha orari e quando aggrada si leva. Capricciosa, al tramonto, di sera o a notte fonda, in incognito, attraversa il cielo. In pieno giorno, illune lascia alla nuda oscurità la notte implume. ]
Nel fatidico silenzioso crepuscolare intermezzo sospeso fra giorno e sera, di frinire, le cicale, sfinite, s’addormono e lesto il grillo si desta. La vita discreta riprende, silenziosa, per orecchi che non sanno sentire, ma più vigorosa, d’intensità vissuta. E’ l’ora in cui accendono in piccole e grandi città mille elettriche faci, mille fari indiscreti, o piccoli lumi crepitano in capanne sperdute al limite estremo del mondo; sulle rive dei fiumi, dei laghi, delle pozze convergono miriadi di esseri assetati; bar della savana; ristoranti fra palme e datteri,;lussureggianti cinema di vita o sotto le stelle velate di cieli sterili d’accecante urbano sfavillio. Epicuree comunità vanno all’appuntamento antico e moderno, assolvendo ad atavico rito.
Il mondo si ritrova, dalle fatiche routinose del giorno si ristora, dal monotono stress, inventando un modo per svagarsi, per soddisfare desideri nascosti, camuffati più o meno dal bisogno di sopravvivenza; che si tratti solo di abbeverarsi tranquilli o di trastullarsi, lo scopo è sempre quello. La ricerca della felicità. Sentirsi soddisfatti. Un istante apparente, felicità fuggente, dà il senso agli sforzi per sfuggire o per correre veloci all’agguato, alla preda.
Un mondo che, evolvendo, resta ancora segnato da primordiali leggi, che rincorre se stesso. In un ciclo continuo s’avanza, con vesti mutate, con modi diversi ma sempre uguali, in sostanza.
Di sera, nel prato, un grillo cantava alla luna argentata, sulla riva d’un lago specchiato. Nell’acqua, sul fondo, tra alghe e sassi, un luccio godeva il fresco riposo in attesa del pasto notturno.
Un guizzo, un balzo e il povero grillo si trovò fritto nelle fauci capaci del lacustre mostro, perché, contento, nel fervore del canto lunare, al pascolo intento, si era sporto un po troppo alla luce di quel finto brillante fanale e il tremulo aspetto del misero insetto svelato, sul fondo del lago, aveva al torvo luccio affamato, che in moto riflesso aveva risposto ad un insito, arcaico, primordiale istinto.
E’ come se dopo, ormai divorato, quel grillo non ci fosse mai stato. Il povero luccio non sapeva di essere manovrato dalla mano del cielo che aveva colto il piccolo grillo, che aveva depredato il campo dal pio contadino seminato. Nè sapeva che l’indomani avrebbe esalato l’ultima bolla in quella dolce e ridente polla, pescato dalla mano incosciente di un misero uomo: adescato da una mosca infilata sulla lama di un amo affilato.
E’ questa la storia del mondo scritta da una mano che non sa se sia giusto; per certo è quello che avviene, né sa se un domani, più o meno lontano, tutto ciò rimarrà invariato.
Di giorno, di notte, di breve sera la storia è sempre quella: chi vive canta e chi muore giace. Certo è un bel piacere in una notte d’estate sotto una luna d’incanto d’improvviso giacere.

Tintinnano, in lente nenie, disgiunti
pensieri, ruscellano, rutilanti,
distinti l’un l’altro eppure simili
ad ammalianti composti antichi canti,
nel tempo scordati, a lungo sopiti,
i sensi cullanti, parole che sanno
di languidi slanci da sempre avvertiti,
da sempre vissuti, non sempre capiti,
o forse annullati, in polvere franti.
Voglio parlarti . . .
Albe Giorni Notti Tramonti
Fresco sole pomeridiano,
smunto trapassa nuvole
smosse dal greco-levante,
vento frizzante attenua
le ansie dello scirocco.
Più desto è il mondo
sospinto da ombre,
s’allungano e scompaiono
nell’alternarsi frequente
dell’astro, distratto e assente.
La casa riluce silente
e sbianca nel gioco
ripetuto, luce ed ombra
accendono e adombrano
il ripensare sospeso.
Lascia che un petalo
cada dalle tue mani,
un solo petalo
dalle tue dita,
lascia che voli
per spazi arditi
in ambiti vaghi
e attraversi il piano
sospinto da soffi
australi e vorticando
assuma sapori
salmastri che separino
la rosea gota,
la fronte spaziosa,
i capelli odorosi,
le ciglia leggere,
le morbide labbra
dal disegno preciso,
dal resto del mondo
che si affanna e dispera.
Vaga, imprecisa erra la mente,
si sofferma, soppesa poi improvvisa
accelera, capricciosa libellula,
nell’anima si specchia, riflette
quel che si incarna e vivo sente,
scinde sospesa, in ripetute scene
tenta, ulula a luna che splende
s’accartoccia, scoppia, fulgida
scintilla, bengala di lapilli,
fumosa s’attorciglia, brucia
spande acre nell’aria denso
incenso che il mondo trascende.
Traballa, s’oscura, in deliquio cede,
invano tenta assetto di prendere,
non s’arresta, sbanda, ricade,
[al fin s’assesta.
§§§§§§§§§§§§
Non luce del sole l’onda del mare
ricoprono il nostro sentire cupe
nuvole - immobile stasi permane -
stillano sull’erta del monte silenti
gocce su gocce in umida rupe
brunita da equorea adusta coltura
sterpi e sassi in successione di passi
nell’inconscio tratto - una lieve nenia
di muschio colpisce rattrappiti sensi
primordiale risuona la china, risale
e s’apre il canto corale condotto
da rigido ostro e l’occhio si perde
in opalescente orizzonte costretto
dal limite estremo del mondo - buio
acqua e cielo - cercano strette mani
timido conforto riconoscendo
la propria primitiva natura
che unì con solidale sutura.