domenica 8 gennaio 2017

LA CASA INCANTATA


Grigio, nel cappotto di ferro e cemento, s’innalza per sette piani, anonimo, più di tutti i palazzi che gli si stringono intorno: due affacci per piano con vetrate incardinate su anodini infissi in alluminio; sulla strada, un negozio affianca il portone in cristallo; un complesso algido nel suo rigore.
Verso la fine dell’isolato, relegato nel proprio angoletto, è quasi schiacciato tra i vicini; asfittico fra  le vaste, moderne costruzioni che risultano mastodontiche rispetto a lui. Il traffico avvolge e soffoca tutto con i suoi rumori e  con i gas di scappamento nell’attuale realtà del divenuto “centro” urbano. È nato sulle ceneri di una costruzione fatiscente, superata dal tempo.

L’ultimo a cadere, il vecchio palazzotto è scomparso, schiantato dalla modernità. Tipica casa di fine ottocento, sorgeva al limite della campagna a cui l’anelito giovanile verso l’innovazione aveva rubato il terreno.
A quei tempi e per molti anni ancora, nello snocciolarsi dei giorni, al mattino presto, s’alzavano dissonanze tra il baritonale ed il tenorile di caproni e pecore che, compressi in greggi belanti, cercavano di far valere la propria personalità, incuranti della popolazione umana dei dormienti. Due erano i momenti in cui partecipavano al paesaggio cittadino. Il primo quando andavano verso il pascolo, scacciato sempre più lontano dalla città in espansione ed il secondo, al tramonto, quando rientravano negli stazzi ricavati nei locali sottostanti le abitazioni a cui si accedeva scendendo due o tre scalini, sottostanti il livello della strada. La porta era una staccionata. Così, dalla fine dell’ottocento fino all’inizio degli anni ‘50 del secolo scorso, capre e pecore si affollavano, riducendosi di numero a mano a mano che il tempo passava, negli angusti spazi improvvisati sotto i non più giovani palazzotti costruiti, per lo più, per soddisfare la vanagloria del proprietario del fondo per sentirsi cittadino. Così si dava da fare a costruire sul proprio terreno, sormontando l’arco d’ingresso del portone con una targa in pietra che riportava, pomposamente, le iniziali del proprietario e la data di costruzione dell’edificio, in mancanza, purtroppo, di uno stemma araldico. Così, si alternavano abitazioni più fortunate accanto ad altre meno. Quelle più importanti perché appartenenti a famiglie “nobili”, ovvero, di latifondisti, di professionisti o di ricchi commercianti, avevano portoni di dimensioni così grandi da consentire di ospitare al loro interno una carrozza, di solito il Landau, completa di stalla per il cavallo e con accanto l’abitazione del cocchiere. 

Ma la nostra in questione non era mai stata delle più fortunate e bistrattata dal momento in cui era sorta. Dopo più di mezzo secolo, sì, era ancora in piedi, al contrario delle maggiorenti che per prime avevano piegato il capo al volere del venale proprietario, sacrificandosi sull’ara del progresso, ma non aveva futuro. Vent’anni dopo nessuno si sarebbe ricordato di quell’ultimo sgorbio di costruzione, fagocitato dal mondo “nuovo”.
Due piani soltanto fuoriuscivano dal terreno con due unici affacci sulla strada, perciò era meno appetibile dai costruttori che avevano trovato l’America nella ricostruzione dell’Italietta che avanzava a grandi passi verso gli anni ‘60. Il portone, che rappresentava il fiore all’occhiello di ogni palazzo civile, ormai risultava rappezzato in varie parti. Sul lato sinistro (per posizione e in senso figurato perché abitato da famiglie meno abbienti) del vecchio edificio s’apriva il povero portoncino che ne aveva subite tante! Gli era stata tarpata la luce dal locale commerciale ricavato in modo da riempire a metà il suo prospetto originario. Rimasto con un’anta sola, sembrava che gli avessero cavato un occhio, sbandierando una saracinesca al posto della benda.
L’archivolto, che sormontava i resti dell’originario portone, aveva subito anche esso l’affronto della cupidigia umana. La moda di fine ottocento prevedeva che la struttura d’ingresso (il portone) fosse alleggerita da una bella rosta a raggiera o a mezzaluna piemontese, come usava allora, per assicurare l’areazione e l’accesso alla luminosità del giorno dell’intero androne. Forse, all’inizio, l’aveva pure ben esibita. Ma, dopo aver affrontato le vicende di due guerre, l’ingresso era ridotto piuttosto male.
La rosta non esisteva più. Murata dal limite superiore dei piedritti  fino al punto di chiave del portone,  con una miserevole finestrella nel punto più alto della volta a botte, là dove una persona di bassa statura poteva sperare di stare dritto impedi nel soppalco creato; si apriva al centro della muratura nell’illusione di dare fiato alla stanza ricavata.

Il portoncino risultava, così, immiserito, monco, a una sola anta, e cieco, privato del beneficio della rosta, oppresso dalla sovrastruttura imposta. Una scellerata soluzione attuata per lucrare sui miserevoli affitti che il proprietario del palazzotto raggranellava dai locali ricavati con il risultato scoraggiante di gelare il sangue a chi entrava in quell’antro di tomba.
Nel semibuio forzato si muovevano, di primo mattino, assonnate forme viventi di sembianza amebica nelle loro lugubri vesti, ammantate con scialbi scialli. Da sotto le cuffie, nate candide ma incredibilmente inscurite, forse per la tonalità smunta derivante dai frequenti lavaggi o per l’astinenza prolungata dal sapone, fuoriuscivano ciocche disordinate di capelli bianchi. Più o meno silenti, comunque indubbiamente dolenti, le figure recavano segreti doni in orci di creta a divinità nascoste dietro la porticina in fondo all'androne. Lì giunte, le “anime morte” scendevano il gradino per ritrovarsi in una stanzetta meno buia dell’androne da cui provenivano, allocata sul retro, verso il cortile. Nell'ambiente una insperata luminescenza filtrava dalle fessurazioni di una seconda porta, al di là del sacrario in cui si muovevano le lugubri figure.
Immolate le loro offerte alla divinità fluviale, con gran risciacquo di liquidi, tornavano sui loro passi con dignitosa riservatezza, chiuse nei paramenti che nascondevano le teche purificate dal sacrificio.  Al centro dell’androne, si dividevano. La figura più anziana risaliva, arrancando come una lumaca, passo dietro passo, su per la scaletta in legno. Spariva nella caligine della volta a botte dell’androne in cui si intravedeva il disegno di una porta, scura come quella dell’inferno se mai avesse avuto una porta. Cosa ci fosse lì dentro nessuno avrebbe sentito la voglia di scoprire, certo una dignitosa povertà.
Le altre due viravano a sinistra sull'impiantito. La prima era inghiottita dal vano di una porta finestra attraverso la quale s’indovinava una camera da letto per il lettone enorme che riempiva la penombra in cui era immerso. Mastodontico per la scarsità di spazio, sembrava capace di ospitare un gigante, alto com’era da terra.

E sì che lei, la vestale del sacrificio, era “mastodontica”, con labbroni sporgenti che battevano uno sull'altro quando parlava, provocando il tipico rumore che contraddistingueva quello delle ciabatte sul selciato, tant'è ch'era chiamata “Jannine boccone” (Annina dalla bocca grande). Il marito, al contrario, era un vecchietto rinsecchito dal sole e dagli anni, ‘mba Martine (compare Martino), perennemente in bretelle e camicia priva di collo, con una pi stagnina su cui applicare il colletto rigido, fin d’allora in disuso. In testa il cappello, di feltro in inverno e di paglia in estate, accompagnava l’economica pipa di canna lunga più di mezzo metro dal cui fornelletto in creta si spandeva, d’estate, in inverno e in tutte le stagioni dell’anno, un aroma dolciastro di tabacco bruciato che, insufflato da una striminzita bocca, accartocciata sotto la scucchia incombente, determinata dall'assenza prolungata della dentatura, inebriava e intontiva tutto il palazzo. Tornando al letto, sui quattro montanti laterali i pomelli sembravano occhi, tondeggianti da gufo, che emanavano sinistri riverberi iettatori.
La seconda, Ritella, che sembrava il personaggio di Bracciodiferro al femminile, più per l’abitudine che aveva di mostrare gli avambracci scoperti per via delle attività di lavandaia a cui era costretta dalle necessità, girava verso l’ingresso di un vano un po’ più luminoso per via di una grata in ferro alla finestra che prendeva aria dal cortile; per ritrovarsi in casa scendeva tre gradini, come se non fosse bastata l’infima allocazione dell’abitazione. Sembrava la fossa dei leoni!
Il resto degli appartamenti si sovrapponevano, alternandosi, più o meno irregolarmente, secondo la malata ingegnosità del costruttore che mirava a sfruttare ogni piccolo spazio da destinare a locali abitativi. Sul lato proletario del palazzo, quello a sinistra della facciata, due appartamenti bi-vani, uno per piano, sporgevano esclusivamente sulla strada, mentre tre, impilati uno sull'altro, si alternavano fra il piano terra e il primo piano, fra il primo e il secondo piano e a livello del secondo piano e avevano l’ affaccio limitato al cortile interno del palazzo.  

Sul lato gentilizio, a destra della facciata, i quadri-vani occupavano il primo ed il secondo piano. Erano gli appartamenti più ricchi di stanze, ben quattro, infilate l’una di seguito all'altra, con il bagno ricavato sull'ampio, ma non troppo, terrazzino interno. I servizi igienici erano appannaggio solo di questo lato padronale, per il resto, neanche a parlarne: servizi in comune su di un esiguo balconcino all'interno del palazzo.  La castellana, che provvedeva alla riscossione degli affitti, occupava il primo piano, che , come detto, aveva doppio affaccio, sia sulla strada che sul cortile.
Sulla cima dello strano, raccogliticcio edificio, arroccato al di sopra del secondo piano, sotto una camera d’aria ricoperta dal tetto di coccio, c’era l’ ultimo, estremo appartamento di due vani: un cucinotto, un angusto cabinetto esterno, o meglio gabinetto, ricavato in un angolo del minuscolo balcone; mentre affianco alla cucina si apriva una cameretta che ospitava i letti per dormire. La finestra era aperta a filo di muro e l’inferriata proteggeva a metà, fino alla cintola, la figura di un adulto non troppo alto che si fosse affacciato.
Di lì era un bel godere! Nei pomeriggi di primavera, prima del tramonto, si poteva assistere ai girotondi delle rondini che in cerchio e a ranghi stretti turbinavano garrendo in lungo e in largo sui giardini interni dei palazzi che costituivano il blocco dell’isolato. Branchi, così fitti da sembrare nugoli di frecce nere, stridevano allegramente, dividendosi all'ultimo momento, evitando, così, di schiantarsi contro l’ostacolo dei palazzi posti ai lati corti del rettangolo, per risalire, poi, alla spicciolata, la corrente sui due lati più lunghi. I piccoli volatili, dal dorso nero e dal petto bianco, sfrecciavano davanti alla finestra, quasi a poterli prendere se si fosse allungata la mano. Intanto, la vita del vicinato si svolgeva affacciata a balconi e terrazze in un continuo cicaleccio nello scambio di opinioni.

Sul ballatoio più grande posto al secondo piano sei o sette bambini giocavano. Maria, la più grandicella, buttava la palla contro il muro, misurando la sua bravura nel prenderla al volo dopo la battuta, girando su se stessa una, due o tre volte e battendo le mani, imitata a turno, maldestramente, dagli altri.
Un frugoletto, dal rifugio sotto il tetto, scendeva con baldanza, scivolando con rapidità su una gamba sola. Riportava l’altro piede a congiungersi con il primo con il tipico rumore a seguire del tacco, un gradino per volta, percorrendo le cinque scale che congiungevano i ballatoi in “chianca” dei piani intermedi. Giunto sull'ultimo scalino al limitare dell’androne, si fermava titubante. Non vedeva l’ora di giungere all'esterno, mettendosi alle spalle quello stretto cunicolo che sembrava volesse ingoiarlo. Se il portone risultava aperto attraversava con una corsa rapida la parte più tenebrosa, trattenendo il fiato, inseguito da mille fantasmi. Strisciava veloce, come le rondini, lungo la zoccolatura a smalto grigia di un  ributtante colore topo morto.                                                                                                                                                       

Gli occhi vagavano irrequieti nella incerta, liquida opacità che incalzava la striscia di luce  creata dall’apertura del portone spalancato. I globi oculari si sforzavano di scoprire con terrore nel buio quello che non riuscivano a focalizzare e che si auguravano di non vedere.
Orbitavano freneticamente dalla porta del sottoscala alla porta finestra, risalendo fino alla sommità della pesante scala in legno che portava all'ammezzato posticcio e tornando a fare il giro. S’aspettavano che dalla porta balzassero fuori animali feroci, affamati che, nella fanciullesca fantasia, abitualmente infestavano simili antri: il castello degli orchi! Il minimo cigolio provocava un brivido prolungato lungo la schiena che spronava a correre, per evitare di essere sbranati. Il terrore era attizzato da immagini granguignolesche che  l’innocenza dell’età lasciava intuire. Via, verso l’apertura salvifica, lungo il budello costretto dal pavimento del sovrastante ammezzato e dal muro del confinante negozietto che tagliavano a metà l’asfittica area del portone.

Qualcosa di simile a una camiciaia occupava l’angusto localino ricavato nel portone. L’attività, di natura familiare, non si peritava di osservare orari precisi, ma aveva margini piuttosto elastici determinati dalle commesse di lavoro più o meno numerose (più meno che più!). Perciò, quando apriva e quando no. Si sentiva subito se s’animava qualcuno all'interno. Da una finestrella, accecata da una polverosa, massiccia grata che si apriva sotto la scala in legno della citata vecchietta,  proveniva il mormorio cantilenante della pedivella della Singer a disegni floreali d’oro su fondo nero che indicava i chilometri macinati dall’ago nel suo movimento meccanico; questi infilzava il tessuto con precisione nel suo continuo tlack tlack tlack tlack; a volte accompagnava lo sbattere ritmato sul doppio panno di lana del pesante ferro da stiro a carbonella  che invitava a identificarlo come il rumore di un mostro dai denti di ferro, attraverso i quali s’intravedeva la carbonella incandescente nella bocca infernale, che sfiatava, mentre schiacciava succubi giacche, pantaloni e camicie. Fastidiosi rumori che acuivano  il disagio di chi attraversava il budello pronto a catapultarsi giù dall’alto gradone che separava il portone dal marciapiedi. Finalmente fuori! 
Se il portone era chiuso, capitava di rado, erano sudori freddi che colavano dalla nuca fino alle reni: l’inquietante buio risultava rotto dalle fessurazioni degli stipiti sgangherati e dal foro imponente del chiavistello che doveva contenere una chiave ben grossa per giustificarne l’ampiezza. E la corsa diventava una fuga disordinata e precipitosa. E all'improvviso ci si ritrova a rivedere… il frastornante traffico attuale.
Scorrono come in una lampada magica le immagini del portone…con quel gradino… di quel palazzo, oggi improbabile, di quel bimbo e di quella tranquilla vita, nella sua semplice quotidianità; si sfaldano, perdute nel tempo.


Sepolta dalla fredda incomunicabilità moderna, la “Casa incantata” si dissolve… si liquefa, mentre la palla rimbalza contro il muro. Una bambina continua a cantilenare, sempre più lontana: “Palla pallina/dove sei stata/dalla nonnina…”.

mercoledì 4 maggio 2016

IL COCCIO


Un coccio di creta. In controluce era l’unica visione che l’occhio, abbagliato, riusciva a selezionare. All’ombra del ginepro coccolone, lo smalto giallo ocra del collo dell'orcio risaltava sulla panciuta protuberanza di ruvida terracotta, poggiata di sghembo fra due pietre che, aguzze, lo sostenevano in piedi con l'unico occhio levato verso il cielo. Il terreno si disseccava al di là della protezione del basso ombrello schiacciato dalla calura, diventando polvere, mentre, intorno, il sole di mezzogiorno si accaniva sull’argilla spaccata. 
L’immagine si stagliava sullo scuro contrasto con l'intrico vegetale della chioma del ginepro, unico rifugio dalla calura sul dorso della collina. 
Il collo allungato della brocca, esile garante della frescura contenuta al suo interno, si slanciava, appoggiando i due bracci al ventre gravido d’acqua. Sembrava invitare: “Bevi!”. Lo stretto cannello avrebbe soddisfatto la rinsecchita gola, se il vecchio ne avesse avuto il tempo senza l'incontro che il destino gli aveva riservato.                         

S’era alzato all’alba, quella mattina, come sempre nei giorni feriali. 
Le livide, evanescenti dita dell’alba graffiavano il buio della notte, appena aveva aperto gli occhi. Si era tirato su a fatica, il pensiero fisso al lavoro che l’attendeva. Dopo avere sciacquata la faccia nel lavandino della piccola stanza adattata a bagno, sul ballatoio esterno alla camera da letto (opera sua, come tutto in quella casa con cortile ai limiti del borgo), con movimenti silenziosi e rapidi s’era infilata la camicia di cotone grezzo a piccoli riquadri blu  e strisce rosse, di uno sbiadito eccessivo sia per l’uso che per i conseguenti frequenti lavaggi. La salopette di tela grezza doppia, di uno scuro che ormai non avrebbe più visto il conforto d’una radicale sanificazione, lo aspettava, irrigidita  a un chiodo, appesa per le bretelle. 
Saltò dentro e...ziiip, la cerniera a chiusura lampo affettò l’aria.                                                              

Due rampe di scale portavano al garage, sul retro del casolare, lontano dalla camera da letto dove stava  per alzarsi la fattrice che aveva sposato cinquanta anni prima. Compito suo era mungere Bianchina e cantilenare il solito: “Pipipipipì, pipipipipipì…!”, mentre spargeva nell’aia il becchime per le galline, prima di rigovernare la casa. Si strinse il fazzoletto al collo, a protezione dalla frescura notturna.

Il rosa e il viola del cielo s’affacciavano nella stretta finestra a bocca di lupo sulla sua testa. I calzettoni di cotone grezzo l'aspettavano per essere infilati ai piedi e, poi, negli stivaletti di gomma. Entrò in macchina e su per la rampa.
Forzò il motore quanto bastava per superare il dislivello dal piano della strada. Il furgoncino  rispose prontamente,  vibrando e  scodinzolando il carrello per gli attrezzi attaccato in coda. La sera precedente l’aveva riempito di tutto punto elencando le necessità per soddisfare il lavoro sui campi del giorno dopo
La 850T conosceva la strada. Non le servivano indicazioni per raggiungere il podere che già era stato di suo padre e del padre di suo padre. Sembrava che andasse da sola, l’auto, sul grigio serpentone d’asfalto, così come  aveva fatto ogni mulo di ciascuno dei suoi avi. 

Suo padre lo svegliava presto al mattino. “Tanuù! Alzati.” e lui, zitto, si alzava. Ricordava le levatacce che tanto l’avevano fatto soffrire da piccolo. Ormai era diventata un’abitudine da non poterne fare a meno. “Prima la terra!” era il refrain di suo padre e del padre di suo padre ed ora era semplicemente diventato il suo.

Brillava, gelido, il puntino luminoso nell’aria tagliente come un diamante,  appuntato su un impalpabile tappeto azzurro, diafano come l’acqua. 
Lucifero gli faceva compagnia, quando il cielo era sgombro da nuvole. Lo precedeva sul parabrezza, mentre la volta già inclinava all’azzurro, smemorando la sempre più tenue presenza del viola dalla breve vita, rapidamente sconfinante nel rosa tenue, prima che s’accendessero i colori decisi del giorno.
Al tenue bagliore del primo raggio di sole il cinguettio del pennuto più solerte, affamato dalla recente notte, avrebbe iniziato a pretendere l’obolo d’insetti che di diritto gli spettava. Teneva dietro un frenetico coro in crescendo di cinciallegre, fringuelli, pettirossi, subito prima che si levassero, sfrecciando alte, le rondini a inaugurare il giorno.

Sapeva a mena dito quel che, a seconda delle stagioni, l’attendeva, una volta arrivato sul campo. 
Era già lì, a sfrondare rami sulla scala poggiata contro le costole contorte che modellavano gli ulivi centenari, fiduciosi che, da esperto qual era, li alleggerisse de rami inutili, a rinvigorire la prossima produzione. 
Rapidamente le ombre si ritiravano in fossi e botri, mentre la campagna si rinnovava alla vita, profumando l’antico rito trionfale della luce. 

Ritto sulla scala non pensava ad altro che a far bene il  mestiere lasciato in eredità. Curava le piante anche se, di tanto in tanto, l’occhio fuggiva sui dorsali degradanti delle colline fino alla cinta argento azzurrina che delineava l’orizzonte in un mistero di barbagli marini. 
Preferiva la campagna, anche se gli faceva buttare il sangue e qualche sacramento.  
La presenza dello sfondo in continuo movimento lo inquietava. Indice di una  esistenza diversa, più agitata, più scapigliata, che non era fatta per lui anche se se ne sentiva attratto per la sua innata curiosità.

Gli bastava, però, il suo modo di vivere. Amara terra, ma pur sempre amata, conosciuta, sofferta, vissuta. Una libera scelta fatta di pietre, di terra arsa, di vegetazione. Per quanto difficile potesse essere, la preferiva. Non gli interessava nemmeno che non avesse avuto il tempo né l’occasione per immaginare una libera scelta di vita che fosse differente dall'attuale. Respirare l’erba rugiadosa, mista a ventate di aria salsa che veniva dal mare, lo rinvigoriva; lo faceva sentire più vero, più utile e…meno vecchio.

Fischiettava, passando da un olivo all’altro, saggiando e riprovando sui rami alti l’appoggio del piolo che s’incastrava sulla pianta, serrato fra gli staggi deformi per età e uso. 
Le oblunghe piccole foglie scure degli olivi sospiravano al refolo che giungeva da quel ritaglio di mare lontano. Strette l’una all’altra, festose, sciabordavano affacciate sulle scorze antiche dei rami, imbellettandoli con le loro forme allungate che formavano, nel complesso, una cupola; verde cupo all’esterno, nascondevano, accartocciato nel cavo, il grigio argento sottostante. Grappoli di dure bacche acerbe si nascondevano nel fogliame e davano vita alle drupe ovali in formazione. 

La lama dell’accetta brillava, salda nella mano. Raccontava l’antica saga della potatura, danzando, mentre fendeva l’aria, recidendo, con moto sapiente, là dove doveva, senza remore né esitazioni. Sfrondava, consapevole della necessità di tagliare il superfluo per assicurare la migliore fruttificazione della pianta.

Sudava,mentre il marocchino sul cappello s'impregnava del lavoro dell’uomo. Le larghe falde di paglia avevano da parecchio abbandonato la rigida flessuosità d’un tempo, ridotti a ricadere irreversibilmente verso  il basso. 
Un po’ lasco, sarebbe stata una bestemmia sostituire il cappello, visto che serviva ancora e sempre meglio allo scopo: proteggere dal sole arroventato, appena alleggerito dalle menate del vento salino che, man mano, andava ad esaurire la sua forza per il trapasso nel quadrante di mezzodì. 

Il mondo pareva sospeso e dalla calura non c’era più scampo.
Il timido “là” di una cicala rimaneva interdetto, prima di essere ripreso incessante e petulante da mille compagne.  La mano, rapida e sicura, ora risultava intorpidita; rallentava. Sentiva la fatica, fino a fermarsi!

Il vecchio scese dalla scala e riparò all’ombra della roverella che respirava leggera a bordo campo.
Sfilò il capellaccio e si terse il sudore, sciogliendo il fazzoletto che gli stringeva il collo. “Settanta primavere pesano!” pensò. Gli ulivi avevano issato il gran pavese del mezzogiorno. 

Argentei, baluginavano festosi in uno scintillio  continuo con un brusio inesausto. Lo frastornavano, gli abbagliavano la vista. Oltre il cerchio d’ombra della quercia, tutto era immobile, cotto nell’insopportabile cappa che, evaporando dalle zolle, fumigava, distorcendo le immagini. Chiuse gli occhi affaticati.

Bang. Un colpo secco, profondo rimbombò nel cervello, echeggiando nel cielo. 
Rabbrividì sgomento: non era quella l’ora per i cacciatori! Si sentì stordito. Doveva provenire da dietro il tumulo di terra che chiudeva l’orizzonte. Fu allora che inquadrò quella figura di donna e il coccio di creta ai suoi piedi. Ricordò i racconti dei vecchi. La sera imbastivano favole intorno al fuoco, narrando improbabili avventure ambientate in quelle campagne. A lui parevano vere. Serpenti mostruosi, lunghi chilometri che mangiavano d’un sol boccone buoi, capre e, forse, bmbini cattivi; e, poi…, della Signora che mieteva… Quanti anni erano passati? 
La paura lo colse. D'istinto volle correre al furgone; spalancare lo sportello; infilare la mano nel cassettino porta oggetti sul cruscotto per difendersi da...quella Signora. Arrancò.

Soffocava. Cercò l’arma su di se, come se l’avesse addosso. Gli antichi narravano le ballate dei morti che avevano violato i pietrosi altari degli ulivi secolari. Il terrore lo irrigidì nel sudore che lo bagnava. Tentò di puntare la canna che non riusciva a distinguere nella sua mano, ma gli pesava come un incudine, tanto che gli scivolò verso il basso, trascinando la mano e il braccio. Avanzò, traballando verso il rialzo di terra che in cima diventava disperatamente brullo, piatto come una tomba. Un ulivo piangeva, lungo l’affannosa salita.

Le gambe si fecero pesanti. Quella ragazza, da dov’era uscita? La giovanile improntitudine offendeva la sua vecchiaia, ma n’era attratto. L’anfora panciuta lo beffava mentre ne desiderava ardentemente il contenuto che gli era nascosto. Avvertiva un peso enorme all’altezza dello sterno. Avrebbe voluto maledire la donna, la brocca, l’ulivo, il mondo con le sue malie. La sorda rabbia ebbe il sopravvento. “Non ora, qui, sulla mia terra…!”

Indifferente, l‘immagine sbiadì tra i fumi di calore che si sollevavano dalla terra arsa, così com’era apparsa. La brocca restò lì, senza padrone. Solo la calura arroventava l'aria!  “Cosa, cosa, cosa…vuol dire?” si sforzò di connettere, confusamente, irritato. La sua “roba” lo guardava e sembrava sbeffeggiarlo, rinfacciandogli il lavoro che gli era costato in tutti quegli anni, vendicandosi del piacere che fino a un attimo prima egli aveva gustato comportandosi da padrone. Gli pareva che si riprendeva tutto con gli interessi.

Tremava; sudava freddo. Un lampo l’accecò! Colpito in pieno petto, senza un rumore rivelatore, senza che se ne fosse accorto. Soltanto un dolore lancinante. Tentò di proteggersi con le braccia, sgomento. Avrebbe voluto verificare cosa fosse successo, aprirsi la camicia, strapparsi le bretelle che serravano il petto. La bocca s’aprì affamata d’aria.
Cadde in avanti. Ormai, più nulla poteva distrarlo.



domenica 23 agosto 2015

PROFONDO ROSSO – OSSESSIONE.


Un uomo serio e per bene: così era considerato!
Integerrimo sul lavoro, responsabile delle proprie azioni, buon padre di famiglia, di media cultura, si aggiornava ogni mattina con le notizie che leggeva sul quotidiano preferito. Un quotidiano altrettanto serio, equilibrato con giornalisti seri e preparati, almeno così riteneva lui. Unica idiosincrasia: “le diavolerie moderne”, cellulari e computer che ostinatamente rifiutava. 
Aveva, sì, una piccolissima, un’inveterata, innocua “abitudine”, così diceva lui. Non usciva mai di casa se non indossava un capo di vestiario dalla sicura connotazione rossa. Un piccolo cenno, in tutte le svariate accezioni: lo sfondo di una cravatta, un righino della “regimental”, un fazzoletto, anche solo un angolino, un cincinino, insomma, purché fosse rosso. È vero, si alzava dal letto, curando di mettere in terra per primo il piede destro, perché l’altro non porta bene, …ma era solo un’innocente abitudine!
Usava la dovuta attenzione nell’aprire la porta della camera da letto, al primo piano dell’agiata villetta di proprietà. La serratura era da un po’ di tempo che difettava. Di giorno in giorno si riproponeva di aggiustarla il dì seguente. Non si fidava degli artigiani, gente avida che fa il suo mestiere non più per vocazione, ma per vile denaro. Preferiva farli da se i lavoretti di casa. Ci metteva più tempo, forse. Ma quando erano finiti risultavano insuperabilmente perfetti.
Ormai, però, erano passati mesi senza che fosse riuscito a trovare tempo e voglia necessari alla riparazione.
La soffice, bene augurante guida rossa accompagnava lungo il corridoio i passi felpati, ovattati dal morbido spessore rassicurante, fin giù, sull’ultimo gradino delle scale. Lì confrontava, con meticolosa precisione, il quadrante rosso del Rolex Air King  S/S 966 da polso, che “non perdeva mai un secondo”, con la puntualità della pendola dell’ingresso, accanto alla specchiera, di fianco all’attaccapanni. Ogni volta restava meravigliato della sua precisione, nonostante gli anni che ormai incalzavano il complesso meccanismo di contrappesi nella cassa verticale dell’antica tecnologia, ancora efficiente. Riassettava con un  colpetto i fiori finti nel vaso, accarezzandone il bel tessuto cremisi, perché risultassero ben disposti nel torsadé in Cristal Sèvres, orgoglio della mensola sulla consolle da parete in massello di ciliegio. Quindi, pacificato col mondo dalla constatazione della consuetudinaria normalità, si avviava al portone d’ingresso, aprendone metà battente. Si guardava intorno e indugiava a respirare a pieni polmoni, nelle belle giornate, o, invece, si affrettava solo a recuperare il giornale, qualora il clima non fosse di suo gradimento.
Lo leggeva sempre, il quotidiano, prima d’uscire di casa. Il garzone del giornalaio, puntualmente, lanciava il plico verso la veranda della costruzione dal bel tetto a falde con le vivaci tegole rosse, orgoglio e fiore all’occhiello del suo proprietario.
All’ora prestabilita dava un’occhiata in strada, annodandosi la cravatta “polka dot”, ovviamente blu scuro a pois rossi, o “conversational”, a piccole rose rosse. Bastava a dargli la sicurezza che un’altra giornata cominciava bene. S’infilava il gilet amaranto o bordò, comunque nella tinta preferita, pronto a iniziare un nuovo round della vita.
Il “ploff” perfetto provocato dal prolungato strisciare della carta stampata, in fase di take-off sull’ammattonato, innescava il meccanismo riflesso che gli imponeva di scostare le tendine per salutare, con un immaginario gesto, il quotidiano mercurio alato dispensatore di mondane verità. Il giovane in sella alla bici, impegnato nelle acrobazie del suo lavoro, non si curava di lui,  ché non  gli importava nulla del saluto di chicchessia, tant’è ch’era già arrivato all’angolo della strada e svoltava bruscamente, tagliando l’angolo senza che si fosse reso conto della benedizione elargitagli. 
Un modo come un altro, il suo, per ringraziare il buon Dio, più che altro, del buon inizio di giornata, cordialmente, senza pretese, intimamente sentito, anche se, in fondo, leggermente propiziatorio.  La consuetudine aveva un valore inestimabile per lui.
Constatata la perfetta integrità dell’impaginazione, dopo l’atterraggio, della guida di vita, altrimenti oggetto di severi rimbrotti al titolare, responsabile della consegna, si avviava a consumare il rito della lettura dei titoli, con qualche superficiale approfondimento, allietato da una corroborante tazzina di caffè che profumava l’aria della sala da pranzo in cui era apparecchiato all’americana il servizio della colazione con fette biscottate imburrate e spalmate di marmellata, di ciliegie o di mirtilli.    

Quel fatidico giorno era la terza volta che faceva e disfaceva inutilmente il nodo alla cravatta e cominciava ad innervosirsi per il fastidioso contrattempo. No, non della cravatta di cui faceva e disfaceva il nodo a bella posta, ma del giornale, che non arrivava ancora. L’occhio correva alle lancette dell’orologio, annotando minuto dopo minuto il ritardo che già ammontava a un quarto  d’ora, accrescendo la sua irritazione, quando avvertì i prodromi della sciagura.
Provò la penosa sensazione dell’àruspice che inorridisce, accorgendosi che l’uccello, tanto atteso, sbatacchia affannosamente le ali, arrancando nell’aria e stentando ad arrivare al preordinato punto d’impatto, prima di precipitare rovinosamente, squinternandosi come ferito a morte.  Balzò in piedi. Il pouf su cui era seduto per allacciarsi le scarpe ebbe uno scarto improvviso e sbandò, posizionandosi al centro della stanza, sospinto dai polpacci su cui si appoggiava il corpo in elevazione. 
Preoccupato ed irritato per lo sciagurato accadimento che l’insolito rumore preannunciava come inevitabile, avrebbe voluto scostare la tenda, per constatare coi propri occhi cosa dannazione stesse succedendo là fuori. Ma, cocciutamente, il tendaggio, insolentito dal rude strappo, non cedette di un millimetro, impigliato pervicacemente com’era da qualche parte nella riloga, occludendogli la visuale, mentre l’assassino a “due-gomme” sibilava beffardamente sul selciato, sfrecciando verso l’angolo per annullarsi in un silenzio tombale.
Ancora in maniche di camicia, irritato per l’infingardaggine dello scapestrato giovine,  interruppe l’operazione in cui era intento, infilando il gilèt a riquadri scozzesi blu, gialli ed, immancabilmente, rossi, dimenticandosi dell’esistenza dei bottoni. Si precipitò a spalancare la porta della camera da letto in soccorso del povero notiziario ferito.
L’incontrollabile energia nervosa della mano si trasmise alla maniglia della porta della camera da letto. La reazione del marchingegno nel subire l’applicazione della forza da energumeno fu pari alla rapidità del mancamento. Le viti saltarono, liberando d’un colpo la manopola. Il supporto di ferro che fungeva da asse esalò l’ultimo respiro, ritirandosi dall’altra parte dell’uscio. Il gemello del lucente, elegante pomolo, che ora gli giaceva stordito nel palmo della mano, crollò al suolo, disarcionato dallo sfilarsi del sostegno che attraverso la serratura l’aveva legato al destino della sua interfaccia.
Indifferente, la porta si ostinava a restare chiusa, mentre il chiavistello penetrava, conficcandosi nel profondo dell’oscurità dello stipite, incastrato definitivamente. 
Uno stiletto sgusciò fuori dal fodero per infilzare l’anima dello sfortunato padrone di casa che, inebetito, si ricordò di essere solo. Era in… gabbia:  la moglie in visita alla madre a trecento chilometri di distanza, ed il figlio per due giorni in gita scolastica.
Sulla cameriera non poteva contare perché le aveva concesso due giorni di libertà. Ma sì! Avrebbe potuto chiamarla al telefono, pregandola di intervenire in suo favore, naturalmente dietro riconoscente lauto compenso.
Girò vorticosamente sui tacchi verso l’ancora della salvezza. Gli occhi erano fissi sull’apparecchio che indifferente l’aspettava sul comodino.
La fretta, accresciuta dalla febbrile angoscia da recluso che incominciava ad assillarlo, occultò il tranello. Le stringhe delle scarpe, che s’era dimenticato di allacciare, lasciate sul collo della cavalcatura, si aggrovigliarono, stringendosi in un patto d’acciaio contro di lui. La rovinosa caduta fu inevitabile. 
Si abbatté, travolgendo fragorosamente lo sgabello che, inopinatamente allontanato dall’abituale luogo di stazzonamento dalla spinta procurata da lui stesso nell’alzarsi, al momento del mancato atterraggio del quotidiano, s’era frapposto sulla strada dello sventurato.
Volò di tutto: sgabello, pantofole e argonauta, inteso non come compagno di Giasone nella conquista del vello d’oro, ma, più volgarmente, nelle forme di un cefalopode tentacolare annaspante nell’aria nel tentativo di appigliarsi al prossimo sicuro scoglio.
I corpi sospesi nell’aria planarono scompostamente, seguendo una differente traiettoria a seconda della propria massa, distanziandosi l’uno dall’altro, mentre la deliziosa poltroncina rococò accanto al letto, inorridita da tanto fracasso, s’abbatté, scontrosa, sui primi alluci indifesi che trovò davanti. 
Nel contempo, il tappetino che  pigramente s’allungava fra la poltrona e il letto, sollecitato dalla gran fretta nell’atterraggio dell’improvvisato Pteromys volans, cercò di evitare di essere travolto e si ritirò, terrorizzato, a fisarmonica, sotto il comodino contro il quale la testa dell’incauto viaggiatore dello spazio si incastrò.
Fu allora che l’infido pappagallo meccanico, il telefono, approfittando della posizione altolocata, sulla sommità del vacillante mobiletto, squassato dallo scontro, affondò il micidiale fendente. Calò come una mannaia, a tradimento, sulla cervice del meschino completando l’incursione aerea come un kamikaze,  sfracellandosi ai piedi della sua vittima.
Giacquero entrambi privi dei sentimenti.
Il primo a riaversi fu l’uomo. Dolorante, sanguinante si trascinò verso la finestra. Si tirò su con uno sforzo di volontà per aprirla e chiedere aiuto. Ma la temperatura gelida aveva ostruito il delicato sistema di sicurezza della serratura della finestra. E così il malcapitato, agitato da un parossismo in crescendo, dovette, a malincuore, decidersi a fracassare il vetro usando i resti del pouf  ormai scomposto nei suoi elementi fondamentali. 
Fu solo dopo i primi colpi a scoprire la tremenda insipienza di cui era stato vittima. Il vetro di sicurezza dell’ampia finestra, percosso con furia, si sgretolò, all’interno della sua doppia anima corazzata, in mille segmenti, lasciando compatte le superfici esterne. 
Irradiavano, dal punto d’impatto, le viuzze dell’utopica città disegnata sulla mappa geografica trasparente, facendo perdere all’uomo la gongolante fiducia nei sistemi di sicurezza che fino ad allora l’avevano fatto gonfiare di vanagloria. 
Si batté la testa col palmo della mano, vacillando per il contraccolpo e, maggiormente, per la rabbia, ricordandosi della tanto decantata sostanza silicea posta a garanzia della sicurezza dei suoi beni.  Intanto, una macchia rosso sangue si andava spandendo dall’ammaccatura occipitale. Impallidì di colpo sotto l'ampio schermo amaranto che gli andava annebbiando gli occhi. Il dolore degli illividiti alluci scomparve dinanzi all’ira che lo travolse, ottundendo ogni capacità di ragionamento. E così, brandendo la gamba dello sgabello, novella Durlindana, deflagrò in un irrefrenabile desiderio di distruzione. “Libertà o Morte!” fu il grido di battaglia.
Le forze dell’ordine, chiamate in tutta fretta dagli allarmati vicini, lo estrassero dalle macerie polverizzate della camera da letto.
Più tardi, alla neuro, l’avevano sedato a fatica. 
Parecchie ore dopo, i familiari poterono riabbracciare il loro congiunto in uno stato di profonda prostrazione. Indossava caparbiamente il panciotto a quadri di un inutile e smunto color rosso, desolatamente privo dei bottoni.
Mentre strofinava sotto le dita  l’amato tessuto con espressione catatonica, ringraziava la buona sorte per avergli fatto indossare quel gilet rosso. 
Infatti, grazie a lui era ancora vivo!